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"La lezione"
di Eugéné Ionesco
traduzione di Gian Renzo Morteo

interpreti:
Simona Ciari / Rossella Rossellini (la governante)
Simona Lotti / Paola Ugolini / Rosy Ranaudo (l'allieva)
Niccolò Rinaldi (il professore)

regia: Niccolò Rinaldi
musiche: Johann Sebastian Bach
allestimento: Mario Librando, Massimo Carotti / Andrea D'Alessandro
costumi: Tiziana Vignozzi
maschere: Atelier La Fontaine - Parigi



Con i nevrotici funambolismi verbali de “La lezione” comincia, nel 1985, la storia di Zauberteatro. Fino al 1992 abbiamo ripreso sovente lo spettacolo, intrappolati dai labirinti di paradossi, assurdità e violenze di questo testo. Ora, dopo dieci anni, lo riproponiamo a modo nostro. Ionesco, figlio dei Balcani, amava solleticare l'annoiata e troppo sicura di sé società europea, e ci dice che chi detiene il potere di dare il significato alle parole, determina il destino del gregge umano. Fra demagogia d'ogni sorta e prepotenti televisioni, pubblicità, "pensieri unici", continuiamo ad abboccare, dando corda agli umori della Lezione.
La torretta di Villa Arrivabene, splendida e rassicurante con i suoi affreschi marinari, è un luogo del delitto intimo dove è il set cinematografico, là dove tutto è finto come finti sono dei personaggi fantocci in maschera, a incastonare il luogo del delitto. Tra fari e altoparlanti volutamente “a vista”, si aggirano tre personaggi carichi di quella ottusa inquietudine che dà particolare fastidio: quella che fa ridere. Creature di un testo teatrale che ha ormai perso molto della sua vena provocatoria e dissacrante (è rimasto ancora qualcosa da dissacrare?), ma che è ancora capace di divertire il pubblico spaventandolo, sotto il loro carico di convenzionalità un pò arrugginita, essi sono in grado di esprimere una credibilità pari solo al loro orrore.
Una governante dal passato ambiguo, fidanzata con un prete, la cui vera attività è di essere la becchina dei cadaveri che si accumu­lano nelle sue stanze; un professore criminale incallito che sotto la maschera ha un volto ed una voce da adolescente, invasato dalla logica perversa del suo sapere assurdo; una giovane studentessa dalla voce stridula tutt'altro che inconsapevole vittima, piuttosto rintronata dai suoi folli scopi di conseguire la libera docenza totale, capace di imparare a memoria i risultati di tutte le moltiplicazioni possi­bili (siamo già forse all'uomo-computer?) e, come dichiara, di saper contare fino all'infinito - e c'è da crederle. Chi sono questi signori se non tre spaventosi mostri?
Attraverso le loro azioni ed i loro dialoghi, in bilico fra ridicolo e paradosso, le intuizioni di logica pura ("non c'è nulla fra tre e quattro, il quattro viene immediatamente dopo il tre, non vi sono unità fra tre e quattro"), attraverso la loro fisio­nomia di burattini senza fili, si consuma questa terribile lezione, nel corso della quale la loro presunzione di dominare il linguaggio, che invece li porterà ad imprigionarli nelle loro fissazioni, li relega all'assoluta incomunicabilità, al non-ascolto, alla violenza.
Ionesco, beffardamente nichilista, non ci rac­conta una storia, ma irradia un fascio di luce su uno spezzone di una vicenda cominciata da tempo (da sempre?) e destinata a ripetersi in eterno senza che ai suoi protagonisti si presenti alcuna speranza di redenzione. Rinchiusi nella loro esistenza dal corso irreversibile, i tre personaggi hanno ormai perso il volto di uomini, ma si muovono inchiodati nei loro ruoli, si chiamano "il Professore", "l'Allieva", "la Governante Maria" (il più convenzionale dei nomi per il suo ruolo), sono poveri stereotipi, marionette amiche di un loro probabile antenato: il Re Ubu di Jarry, il meschino, ingordo, crudele, ridicolo antieroe di una umanità finita che ha ormai chiuso con la serietà, assurda tanto da sapersi costruire una sua serietà... assurda. Non a caso si è parlato di questi grotteschi personaggi di Ionesco come di "manichini, pupazzi, non identificazioni dell'uomo come è, ma dell'uomo come è diventato o come si preferisce. La preferenza inconscia corrisponde all'apparenza di un mondo che si crede esistente e che si rassicura trovandosi confermato da un linguaggio istituzionalizzato in maniera grottesca che lo trascina in un vortice di parole che non si collegano a nulla. Ma non mancano mai all'appuntamento" [Rebora].
In questo nulla il bisogno di Dio, apparentemente così assente da "La lezione", la sua mancanza è pari alla disperazione irreparabile dei condannati ad una pena che si ripete continuamente (ed il canto di Bach invoca: "Pietà per me, o Signore, io soffro, piango, prego | nel mio cuore che tormento, che pena | Pietà per me, Signore"). Ma è un canto che passa sopra le loro teste, incapaci di gridare una qualche speranza ed al tempo stesso così vicino alla loro condizione di anime perse o di fantocci con la maschera.

Niccolò Rinaldi