"Le veglie di Neri"

da "Le veglie di Neri" di Renato Fucini



di e con
Massimo Grigò





Firenze, parco di Villa Fabbricotti
16 luglio 2010



Quando una persona espone a voce o per iscritto, per lo più con intonazione familiare, uno o più fatti, veri o inventati, che abbiano carattere di continuità, si dice che racconta.
Il racconto si dà nella sua completezza comunicativa quando ad ascoltare c’è almeno una persona.
Tra chi racconta e chi ascolta s’instaura un nesso di comunicazione: questo nesso è la base del teatro, il suo nucleo intimo e attivo. Massimo Grigò, raccontando Renato Fucini, pone l’accento sul teatro come lingua di relazione, di scambio, di interazione emotiva. L’attore analizza l’atto stesso del narrare confrontandosi con Renato Fucini, la cui lingua è patrimonio comune a quella degli spettatori.

Lo spettacolo è una rievocazione delle veglie che si tenevano in terra di Toscana prima che l’esecrabile avvento della televisione costringesse gli abitanti dei molti e ridenti paesi di questa regione a stare chiusi in casa dinanzi al teleschermo… in silenzio.
Nell'introduzione l’attore ci ricorda alcuni cenni biografici su Renato Fucini e il suo mondo fatto di cacciatori, preti crapuloni, medici dalla dubbia professionalità, pettegole di paese e altri, con tutto un contorno di rivalità, invidie e maldicenze argute che costituiscono il DNA di ogni toscano (di ieri, di oggi, di domani…). Delle “Veglie di Neri” sono state scelte quelle a carattere prettamente comico tralasciando le altre che narrano, quasi in stile verista, di disgrazie, di malattie e malaria, di miseria ed emigrazione… Pertanto, nei racconti scelti, si narra di campagne assolate, di tramonti autunnali, di vigne, di cipressi, di olivi, di cacciate nel padule, di racconti “al canto del foo”, di arrosti, di vini e ballotte.
La società che il Fucini rappresenta nelle Veglie, non è quella industriale, cittadina o metropolitana, ma è una “geografia” locale fatta di paesi: una specie di Far West etrusco dove troviamo i derelitti e i poveri, i matti e i signori, le signorine invecchiate con “le ‘arze attaccate alle porpe”, i contadini, i barrocciai, il piovano e lo speziale.
Le veglie in totale sono 3 e tra una veglia e l’altra vengono letti alcuni sonetti tratti dalla raccolta “Cento sonetti in vernacolo pisano” tutti a carattere comico e con forti agganci all’attualità.
Il tutto viene commentato (…si spera in maniera altrettanto arguta e sagace…) dall’attore.
È uno spettacolo di affabulazione che permette di conoscere un autore troppo spesso liquidato dalla critica letteraria di inizio secolo come bozzettistico e “macchiaiolo”.




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