Editoriale


Gian Gastone si sbagliava. La gloria mundi non è tramontata con l’ultimo Granduca della “stirpe di Cafaggiolo”. Anzi, i Medici continuano a essere protagonisti, stimolando studi e ricerche in tutti i campi e ben oltre i confini del Granducato.

Proprio per questo vede la luce Medicea. Rivista interdisciplinare di studi medicei: una sfida, più che una impresa editoriale. Alla base c’è un’idea semplice, se non addirittura ovvia, e al contempo una provocazione, perché a Firenze non era mai stata concepita una rivista che avesse per leit motiv la Storia e le storie della dinastia. Questa, causa ed effetto della grandeur di Firenze nel mondo, è stata amata e odiata allo stesso tempo – anzi, lo è tuttora – ma quel che ci ha spinto a dare corpo a un pensiero è principalmente il desiderio di approfondimento, lo stesso che ha in uggia la superficialità e l’omologazione acritica. La strada per raggiungere un simile obiettivo non è facile, tanto meno in una città dove troppo spesso la disinteressata collaborazione viene sostituita da regole d’ingaggio poco cavalleresche: se è vero che “Le idee non fanno paura a chi ne ha”, appare ormai chiaro che terrorizzano coloro che non ne hanno.

Lo abbiamo sperimentato durante i due anni di gestazione della rivista, un percorso costellato di difficoltà dovute sì alla complessità del progetto e della sua realizzazione dal punto di vista oggettivo, ma soprattutto imputabili a uno spesso strato di diffidenza. Per fortuna, al contrario, c’è chi ha ancora il coraggio di giudicare la validità di un’intenzione dai contenuti con cui essa viene proposta, e non dai nomi che la firmano. Per cui a chi ha creduto in Medicea, quando era solo un progetto sulla carta, va il nostro primo grazie: a Banca Etruria perché senza questa iniezione di risorse e ottimismo sarebbe stato impossibile partire; al Comune di Firenze per aver ospitato nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio la presentazione della testata; a tutti i membri del Comitato scientifico e, infine, al Centro Di per l’entusiasmo con cui ha accolto la nostra domanda di collaborazione.

Ma perché dare vita a una rivista come Medicea? Le motivazioni sono diverse e scaturiscono anche da dati di fatto. Innanzitutto il desiderio di introdurre un nuovo strumento nel panorama editoriale scientifico. Nel muovere i primi passi, durante la fase progettuale, abbiamo constatato quanto la materia medicea potesse ancora offrire spunti per ricerche ad ampio spettro, che spaziassero dalla storia dell’arte alla botanica, dall’architettura alla marineria, dalle scienze al collezionismo, etc. Da qui la volontà di progettare una pubblicazione interdisciplinare che considerasse i Medici non solo come ‘attori’ o ‘registi’ di fatti di grande rilevanza ma anche come semplici ‘spettatori’ di avvenimenti svoltisi tra il XIV e il XVIII secolo.

Esiste una seconda ragione che, ci auguriamo, avrà ripercussioni positive nel tempo: dare spazio, accanto agli studiosi di fama, a giovani che troppo spesso sono costretti a tenere ‘nel cassetto’ i frutti delle loro ricerche, perché trovano sbarrate, o estremamente tortuose, le vie d’accesso alla pubblicazione.

C’è infine un ultimo fattore, più emozionale ma non meno importante dei precedenti. È quello che nasce dalla determinazione di dimostrare che – con pazienza, tenacia, e in un momento in cui il livello culturale del paese sembra ormai sotto il livello di guardia – è possibile creare un prodotto senza obbedire a regole di sistema che poco hanno a che fare con la meritocrazia e l’impegno.

Ogni numero di Medicea, che avrà cadenza quadrimestrale, proporrà i contributi di vari autori, ciascuno esperto nella propria materia. Altri spazi saranno poi riservati agli approfondimenti e alla pubblicazione di documenti inediti, questi ultimi preceduti da un breve saggio introduttivo. In occasione di ricorrenze o particolari avvenimenti, Medicea dedicherà una sezione – o l’intero numero – a un tema specifico.

Completano il palinsesto della rivista le pagine dedicate a una selezione di pubblicazioni sulla materia medicea (è una scelta di titoli relativi all’anno solare precedente che comparirà solo sul secondo numero di ogni anno, ed eccezionalmente, per il 2007, in questo autunnale), e altre destinate alla cronologia degli eventi in cui, in Italia e all’estero, si fa riferimento ai Medici.

Questo primo numero si apre con l’articolo di Amelio Fara che vuol essere un omaggio a Bernardo Buontalenti – in attesa di un nuovo studio dello stesso autore dedicato a uno degli architetti preferiti di casa Medici – di cui lo scorso mese di giugno è ricorso il 400° anniversario della morte, forse non sufficientemente commemorata da Firenze. Trovano poi spazio i contributi di Paolo Nanni che illustra la coltura della vite e dell’olivo ai tempi di Lorenzo il Magnifico, e di Alessandro Monti il quale ha approfondito alcuni aspetti di un episodio legato all’assedio di Firenze che sancì il rientro dei Medici in città. La principessa Anna di Francesco I sembrerebbe avere finalmente un volto grazie al complesso lavoro di confronto illustrato nel saggio della studiosa tedesca Maike Vogt-Lüerssen. Di tutt’altro genere il contributo di Filippo Luti che è andato a scavare in alcuni manoscritti di don Antonio, figlio di Bianca Cappello e del granduca Francesco, regalandoci alcune pagine di ricette e “secreti”. Si torna alla storia dell’arte con Lisa Goldenberg Stoppato. Nel ritratto eseguito da Jeremias van Winghe, la studiosa americana riconosce il giovane principe Ferdinando di Cosimo II. La sezione degli articoli si chiude con il contributo di Esther Diana dedicato alle “raccomandazioni” che l’archiatra Giuseppe Del Papa prescrisse al futuro settimo granduca, Gian Gastone, in occasione del suo viaggio in Alemagna per incontrare la futura moglie, Anna Maria Francesca.

Completano la lista dei contributi, un dettagliato approfondimento di Carlo Cresti sull’architettura dei sepolcri medicei, che propone inattese novità; mentre, nella sezione ‘Documenti’, è pubblicato per la prima volta un carteggio che testimonia il rientro a Firenze della salma di Giovanni delle Bande Nere nel 1685.

Aspettiamo dai lettori, giudici inappellabili del nostro lavoro, la conferma o meno della validità di un progetto che, nella fase di preparazione, ha riscosso prima l’interesse dei sostenitori e poi l’entusiasmo degli autori.

Se con questo nostro contributo saremo capaci di alimentare la fonte della cultura – a cui tutti abbiamo un gran bisogno di attingere – lo sapremo molto presto. Per il momento incrociamo le dita e gridiamo “Palle, palle!”. Del resto, poco più di cinque secoli fa ha funzionato…


Marco Ferri e Clara Gambaro